Roy Johnston
22nd Battalion 2NZEF 35784
Roy Johnston è un militare neozelandese che, alla fine degli anni Trenta, entra nell’esercito a Trentham Camp con il 4th Reinforcements e successivamente approda alla Non Commissioned Officers Training School, dove ricopre il ruolo di sergente istruttore degli uomini del 5th Reinforcements. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Johnston viene inviato a Sydney e si imbarca sulla nave Mauritania diretta in Medio Oriente. Attraverso il Mar Rosso approda sull’isola di Creta. Durante la campagna del Nordafrica, Johnston figura in numerosi film di propaganda bellica a favore degli Alleati che vengono distribuiti negli Stati Uniti e nei paesi del Commonwealth. Inviato inizialmente alla frontiera turca per seguire alcune azioni di guerra in Siria, Johnston torna in Egitto quando la città di Tobruk cade nelle mani dell’Asse. Nella seconda metà de 1942, il battaglione di Johnston viene circondato dalle forze nemiche assestatesi a Ruweisat Ridge. È fatto prigioniero durante la prima battaglia di El Alamein, il 15 luglio 1942.
I prigionieri vengono caricati sui camion tedeschi e condotti per oltre venti chilometri nel deserto per essere consegnati agli italiani che, sempre a bordo di mezzi corazzati, conducono Johnston e gli altri prigionieri nei campi di prigionia di Derna, di Tobruk e infine a Benghazi. Dopo qualche settimana di permanenza nel campo libico, Johnston viene condotto via nave a Bari e da lì al PG 65 di Altamura-Gravina e poi al PG 57 di Grupignano, in Friuli-Venezia Giulia.
La notizia dell’armistizio spinge Johnston e altri prigionieri a fuggire dal campo, sicuri del fatto che, vista la situazione, le guardie italiane non si sarebbero mai messe alla ricerca dei prigionieri evasi.
Dopo due giorni nascosto nel campo di mais adiacente al campo, Johnston scorge nelle vicinanze un’abitazione e, stanco di attendere all’aperto e nel fango, decide di avvicinarsi con alcuni compagni ad una casa in cui abita una famiglia durante l’ora del tramonto.
Sono entrato in casa all’imbrunire e ho parlato con il nonno. Tutta la famiglia era riunita. Sono riuscito a stabilire un legame grazie a Matteotti, un socialista cristiano che fu ucciso da Mussolini e divenne un simbolo dell’italiano liberale. La famiglia aveva una foto di Matteotti, che veneravano, nascosta all’interno di Casa Busa […] Nonno, sua moglie Nonna e la loro famiglia ci accolsero. Le donne ci diedero alcuni abiti civili e trasformarono le uniformi di lana in indumenti per i bambini, perché erano a corto di vestiti buoni. Si comportavano come se fossero arrivati gli inglesi e noi fossimo l’avanguardia di Montgomery. Ci hanno accolto davvero nel migliore dei modi. Gli italiani sono così.
Johnston trascorre la prima notte a Casa Busa dormendo sulla paglia nella stalla e il mattino successivo, al risveglio, nota che i membri della famiglia si trovano affaccendati nello svolgimento della vendemmia. Durante la produzione del vino, Johnston osserva le usanze e i metodi di svolgimento della spremitura dell’uva, alla quale anche lui prende parte.
La mattina dopo stavano facendo il vino e noi ci siamo offerti di aiutare a pestare l’uva. Non ci fu permesso nemmeno di lavarci i piedi prima. “No, niente acqua nel nostro vino”, disse Nonno. Ci hanno assicurato che il processo di fermentazione pulisce tutto, compresi, speriamo, gli escrementi delle galline che abbiamo notato fare i loro bisogni sopra la pigiatura.
Johnston e il suo compagno di fuga, il cui nome viene italianizzato in Giacomo, non vogliono causare alla famiglia problemi dato il rischio che essa corre a causa della loro presenza in quel luogo. Per questo, i due ex prigionieri non dormono mai in casa ma in una capanna fatta di foglie di grano ammassate sulle viti che li riparano dall’esterno, utili, in particolare, quando la zona viene pattugliata dalle truppe tedesche. La presenza dei due fuggitivi in casa viene più volte discussa con la famiglia ospite, ma le preoccupazioni di Johnston sono regolarmente smentite dalla padrona di casa, che lui chiama nonna, la quale gli risponde che è suo dovere proteggerli e ospitarli in casa sua.
La nonna intervenne dicendo: ”Sei figlio di una madre, quindi vogliamo prenderci cura di te”. Non c’entrano la nazionalità o il patriottismo. Inoltre, abbiamo un figlio in Sudafrica che è prigioniero degli inglesi; noi ci occupiamo di te e loro si occupano di lui”. Questa era la semplice logica contadina. Così fu concordato.
Nei mesi autunnali successivi, Johnston lavora con la famiglia nei campi, ma con l’arrivo dell’inverno è costretto a trasferirsi nella stalla e a escogitare un piano per nascondersi nella paglia nel caso in cui le truppe nazifasciste effettuino dei pattugliamenti a Casa Busa. La vita all’interno della famiglia permette a Johnston di conoscere meglio i suoi usi e costumi, il sistema della mezzadria e la spartizione dei raccolti con i padroni, il cibo e le colture prodotti dal lavoro agricolo e la presenza attiva delle donne in casa, le quali si prendono cura di loro e di tutti i compiti domestici. Il rapporto con la famiglia si intensifica dando vita a scambi reciproci e instaurando un clima di fiducia e affetto. Lo stesso Johnston contribuisce, per quel che può.
Le donne erano meravigliose. Loro erano quelle coraggiose; gli uomini potevano vacillare. Nonna era meravigliosa. Suo marito era enorme ed era solito esitare; lei era piccola ma, accidenti, lo faceva rigare dritto. Tutte le mie idee sulla forza e sullo spirito combattivo delle donne venivano rafforzate qui! La famiglia ci nutriva e condivideva tutto con noi, anche se le razioni erano limitate. Noi andavamo a cercare il cibo per loro.
Gli sviluppi della guerra a favore degli Alleati spingono Johnston a tentare di capire come muoversi in attesa dell’arrivo delle truppe da sud e per questo, durante gli spostamenti di notte da Casa Busa, il militare neozelandese entra in contatto con la banda partigiana Matteotti. Inizia così a effettuare operazioni di sabotaggio ai danni dei nazifascisti e al tempo stesso di salvataggio di soldati alleati appartenenti a veicoli abbattuti presenti nella zona.
La nostra esercitazione consisteva nel salvare chiunque fosse stato abbattuto in uno di questi grandi raid. Se si trovava nel nostro settore, cercavamo di arrivare prima di una pattuglia tedesca. Un ragazzo che abbiamo salvato, Graham, faceva parte dell’Oxford Air Training Corps. I tedeschi lo avevano intercettato e lui si era paracadutato. Arrivammo mentre stava per toccare il ponte. Dovevamo sembrargli proprio due ragazzi dall’aspetto molto trasandato che si avvicinavano a lui, tant’è che lui tirò fuori il suo revolver. Ricevette una filippica in lingua neozelandese su cosa fare con la sua pistola, alla quale, in risposta, ci disse: “Chi siete?”. “Siamo dannatamente neozelandesi, naturalmente”, rispondemmo noi. “Voi neozelandesi sembrate essere dappertutto in questa maledetta guerra”, ci disse con il suo accento snob.
Dopo diciotto mesi trascorsi tra fughe e nascondigli, Johnston apprende che la Nelson Force, un’organizzazione operante dietro le linee nemiche volta al salvataggio dei militari alleati, ha messo a disposizione nel mar Adriatico delle navi e che lui, raggiunta la città di Ancona, potrebbe imbarcarsi e tornare finalmente in Nuova Zelanda. Il 13 aprile 1945, raggiunto il capoluogo marchigiano, Johnston si imbarca su una nave che lo conduce in Toscana, da dove è trasferito in Egitto. Nell’estate del 1945 intraprende il viaggio di ritorno in patria, giungendo via nave prima a Sydney, dove si ferma per sei settimane, e poi ad Auckland, dove arriva proprio il 2 settembre 1945, il giorno della vittoria alleata sul Giappone. Dalla città neozelandese prende il treno per Taihape dove, alla stazione, lo attendono i genitori e la fidanzata Daphne. Nonostante la guerra e il tempo trascorso nell’incertezza e nel timore in Italia, Johnston conserverà sempre un ricordo speciale della famiglia di Casa Busa. In particolare, Johnston ricorderá con affetto gli aneddoti e storie familiari che lo hanno accompagnato nei lunghi mesi successivi alla fuga.
Mentre gli italiani hanno una morale molto rigida, i contadini chiedono la gravidanza (sic.) prima del matrimonio, Nonna mi diceva: ”Noi ci sposiamo sempre in rosa. Le signore si sposano in bianco, ma dovrebbero sposarsi in rosa”. La nuora di Nonna, Cesira, il cui marito era prigioniero degli inglesi, era una donna strana. Quando andavamo in chiesa, cosa che facevamo ogni tanto per conformarci, lei ci trovava un vestito da indossare. (Le mogli italiane sono molto brave a fare le cose per i loro mariti, proprio come Daphne!) “Cesira è la figlia di un prete”, spiegò Nonna. “Stai scherzando?””, risposi in italiano. “Oh no”, disse Nonna. “I preti sono persone terribili. L’altro giorno eri qui quando sono venuti i frati francescani; hanno preso un decimo delle nostre riserve di cibo. La chiesa non è affatto buona”. Me lo disse di sabato sera, mentre bevevamo vino e parlavamo. La mattina dopo, mi svegliai e vidi Nonna che andava in chiesa vestita di nero e sembrava uscita da un quadro di Van Gogh. Quando tornò, le chiesi perché fosse andata in chiesa dopo quello che mi aveva detto la sera prima. “Oh Raimondo”, mi disse. “Non si sa mai. Non si sa mai.
Campi legati a questa storia
Bibliografia/Fonti
MSMT Website