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Henry William Cantle

WO 208/3320/65

Henry William Cantle, un sottufficiale della Royal Navy, viene catturato il 15 giugno 1942, quando la HMS Bedouin, un cacciatorpediniere classe Tribal, viene affondato al largo di Pantelleria da un aerosilurante italiano dopo uno scontro con due incrociatori della marina italiana. Dei 241 membri dell’equipaggio, 28 muoiono durante la battaglia, gli altri 213, incluso Cantle, vengono fatti prigionieri e portati in Sicilia. Sull’isola Cantle ha la prima esperienza di un campo di prigionia italiano nel campo di transito di Cateslvetrano (PG 98). Viene quindi spostato, circa due medi dopo, al PG 52 di Pian di Coreglia (Chiavari), dove resta fino alla proclamazione dell’Armistizio tra gli Alleati e l’Italia l’8 settembre 1943.

Il comandante del campo 52, annunciandoci la conclusione dell’Armistizio l’8 settembre ’43, disse che lui, i suoi ufficiali ed i suoi uomini ci avrebbero difeso dai tedeschi. A mezzogiorno del 9 settembre, invece, tre camion di truppe tedesche ben equipaggiate presero possesso del campo senza che gli italiani offrissero alcuna resistenza. Mentre i tedeschi entravano nel campo, alcuni di noi tentarono di uscire dal lato opposto, ma furono fermati dalle sentinelle italiane. I tedeschi erano molto nervosi e sembravano aspettarsi che un commando [di paracadutisti] sarebbe venuto a liberarci. Durante le prime tre o quattro notti i tedeschi continuarono a sparare con i mitra e sventagliarono il campo parecchie volte. […] sei prigionieri (non so i nomi) rimasero feriti mentre erano stesi nelle loro brande.

Cantle, che non ha mia tentato la fuga in precedenza, sembra ora motivato a farlo, forse preoccupato di poter essere portato in Germania. Due giorni dopo l’annuncio dell’Armistizio, infatti:

Nella notte del 10 settembre tentai la fuga per la prima volta. Mi calai da una finestra e strisciai lungo un avvallamento nell’erba finché non raggiunsi la recinzione. Siccome dovetti rompere la rete a mani nude, impiegai del tempo per passare i tre strati della recinzione. Proprio quando ero riuscito a rompere l’ultimo, fui avvistato da una pattuglia tedesca.

La situazione per Cantle sembra aggravarsi notevolmente. Portato davanti al comandante tedesco, questi «disse che non avevo scusanti e sarei stato fucilato al mattino». Tuttavia, «le guardie tedesche [della cella] cambiavano ogni giorno e, alla fine del mio terzo giorno in cella, non sapevano perché fossi lì. Fui fatto uscire dalla cella alle 6:00 del 13 settembre».
Cantle viene quindi aggregato ad un gruppo di prigionieri in partenza per la Germania. La colonna si mette in marcia verso Chiavari il giorno stesso. Arrivati ad un punto della strada, la colonna incrocia un autobus e Cantle tenta nuovamente la fortuna.

I tedeschi fecero accostare il bus per farci passare. Mi avvicinai alla guardia di fronte a me e, coperto dal sergente maggiore William Ward […], svoltai sul retro del bus e ci salii sopra. Il bus era pieno di passeggeri, i quali mi sembrarono spaventati ma volenterosi di nascondermi. Mi sedetti sul pavimento, dove rimasi finché la colonna di prigionieri non fu passata.

Cantle è ora in fuga e, fortunatamente, sembra essere salito proprio sull’autobus giusto:

Sul bus c’era un’italiana, moglie di uno svizzero, la quale aveva vissuto negli Stati Uniti e parlava inglese. Mi diede la giacca ed il berretto del suo figlio quattordicenne, anche lui sul bus, e io mi tolsi la mia uniforme, al di sotto della quale indossavo dei pantaloncini kaki e una camicia militare italiana. La donna mi invitò alla sua casa a Isolona, dove arrivammo circa alle 13:00, passando, lungo la strada, vicino al campo [di prigionia].

Una volta arrivati a Isolona, la donna offre a Cantle un pasto ed altri vestiti. «Mi disse che le campagne erano in subbuglio e piene di soldati italiani che stavano tornando a casa e sarebbe stato facile per me spostarmi». La donna suggerisce che Cantle vada a Roma, ma il fuggiasco preferisce aspettare nel borgo, sperando di essere salvato dalle truppe Alleate in avanzata. La sosta, però, si rivela ben più lunga: «quella notte andai a vivere nei boschi vicino ad Isolona e rimasi lì per le successive cinque settimane».

Nel frattempo, la donna raccoglie un altro prigioniero fuggiasco, il sergente maggiore John Langdon, anche lui un ex-detenuto del PG 52. Inoltre, mette in contatto Cantle con un membro della Resistenza locale, un medico, il quale «mi disse che avrei potuto trovare rifugio presso una banda partigiana italiana». Cantle e Langdon accettano questa offerta e si mettono in viaggio.

Il gruppo di resistenti ci mandò delle guide con delle biciclette perché ci portassero al loro quartier generale al monte Capenardo. Ci accompagnò anche la figlia del medico, la quale si sedette sulla barra di una delle bici e flirtò con noi mentre passavamo vicino al campo [di prigionia]. Al quartier generale della banda, incontrammo il soldato semplice Kennard Davis, il quale era stato avvicinato da due nipoti del medico la sera della sua fuga.

I tre restano per circa un mese con i partigiani ma vengono a sapere che «i carabinieri ed i fascisti avevano scoperto l’esistenza di una banda [partigiana] nella zona del monte Capenardo». Temendo un attacco nemico, Cantle ed i suoi compagni decidono di dirigersi verso il confine francese e lasciare quindi il territorio italiano. Cantle torna quindi a Chiavari dalla sua ospite per consultarla, recandosi all’indirizzo della madre di quest’ultima.

Arrivai a Chiavari prima di Langdon e Kennard Davis e andai alla casa della madre della donna svizzera. Quando gli altri due giunsero a Chiavari furono visti sulla strada da uno dei carabinieri del campo [di prigionia]. Dopo averlo seminato, si incontrarono con la donna […] la quale li condusse alla casa di sua madre. Rimasero lì fino a sera, quando io e la donna li scortammo fino al bus. Io e la donna quindi tornammo a casa di sua madre, dove lei rimase solo per un po’, prima di tornare al suo appartamento in città, dove vivevano i suoi figli.

Tuttavia, la fortuna di Cantle a questo punto sembra esaurirsi. Nella notte, infatti la polizia italiana arriva alla casa, «e arrestò la signora, una donna di circa 80 anni, un uomo che viveva lì in affitto e me». Tutti vengono portati al carcere e Cantle è costretto ad ammettere di essere un prigioniero fuggiasco. Non vuole però dire altro.

Quando non riuscirono a farsi dire davo fossi stato dopo la mia fuga, chiamarono i tedeschi […]. L’ufficiale tedesco provò ad interrogarmi ma con scarsi risultati, poiché lui non parlava una parola di italiano e gli italiani non parlavano tedesco e nessuno di loro parlava inglese. I tedeschi volevano sapere dove era stato e chi mi aveva dato da mangiare e io dissi in modo vago che ero rimasto sui monti. La donna svizzera fu portata [nel carcere] poiché la polizia ottenne il suo indirizzo dalla madre, ma lei ed io dicemmo di non conoscerci. Alla fine, però, la vecchia signora ammise ai tedeschi e agli italiani che la figlia era stata a casa sua mentre anche io ero lì. La svizzera allora disse loro le circostanze in cui ci eravamo incontrati ma ricordò che era cittadina svizzera e che aveva diritto di incontrare chi voleva a casa sua.

Soddisfatti, i tedeschi lasciano le due donne nelle mani degli italiani e conducono Cantle nella loro caserma di Chiavari. A questo punto, però, Cantle è un esperto di fughe, indurito da mesi di vita alla macchia e si rivela un prigioniero tutt’altro che facile da tenere a bada.

I tedeschi mi misero isolamento nella loro caserma […]. C’era una guardia fuori dalla mia cella ma io studiai i suoi movimenti e, attorno alle 10:00 la udii lasciare il corridoio di fronte alla cella e camminare fino agli alloggi dei [soldati] tedeschi, i quali si trovavano dall’altro lato dell’atrio rispetto alle celle. Dalla mia cella potevo sentire perfettamente tutto quello che succedeva. Divelsi la stampella che sosteneva la mia branda quando era chiusa, con questa ruppi il cavo all’interno della grata per le ispezioni della porta e spezzai la fibbia che assicurava il lembo esterno della griglia [alla porta]. Feci passare quindi il braccio attraverso la griglia e tolsi il catenaccio alla porta. Non era stato assicurato con un lucchetto. Quando uscii richiusi la porta e riavvitai la griglia.

Cantle attraversa l’atrio deserto e quindi il cortile della caserma. Si impossessa di uno sgabello e con questo riesce a scavalcare il muro di cinta, finendo in un giardino sul retro. Ormai conosce la zona e quindi arriva con facilità a Cavi, dove si rimette in contatto con alcuni partigiani che aveva conosciuto sul monte Capenardo, i quali lo riportano al sicuro al loro campo. In tutto, Cantle ha trascorso tre notti da prigioniero nelle mani dei tedeschi.

Nel periodo successivo, Cantle resta con i partigiani, muovendosi tra il monte Capenardo ed il monte Domenico. Incontra inoltre tre altri fuggiaschi, John Edwards, anche lui dell’equipaggio della Bedouin, Arthur Everett, ed il sudafricano Rice. Nella zona inoltre vivono altri due fuggiaschi, il granatiere Unger ed il marinaio scelto Briard. Unger, in particolare, tenta di organizzare la fuga del gruppo verso il sud Italia nel novembre 1943, ma senza successo. «Il giorno in cui Unger riapparve [in novembre] ci trasferimmo al Monte Domenico», poiché si era sparsa la voce che i tedeschi stavano per rastrellare la zona. Il piccolo gruppo di Cantle quindi si disperde. Questi si reca effettivamente al Monte Domanico con Edwards, Everett e Rice, Unger si sposta a Pisa, mentre Briard tenta la via della Francia.

Unger riapparve nel distretto durante la prima settimana di dicembre, accompagnato dal caporale John Vivier, South African Forces. Erano ormai frequente il panico nella zona, poiché i tedeschi ed i fascisti italiani lo [rastrellavano] di tanto in tanto, e noi ci dovevamo muovere da una baracca all’altra sul monte Domenico. Vista la situazione, Unger ed io decidemmo che era tanto pericoloso quanto scomodo rimanere. Inoltre, non eravamo più di alcuna utilità per i partigiani (in precedenza avevo aiutato la banda pulendo e distribuendo le armi nei nascondigli, ma questo lavoro era ormai finito).

I due decidono quindi di passare in Francia. Il piano è piuttosto semplice: seguire la strada fino al confine lungo la costa.

Campi legati a questa storia

Bibliografia/Fonti