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George J. Isitt

George J. Isitt prende parte al secondo conflitto mondiale in qualità di soldato dell’ottavo reggimento Reali Ussari Irlandesi del Re, comandato dal Tenente Colonnello Richard Cripps Il reggimento fa parte della 4ª brigata armata, 7ª divisione armata (Ratti del deserto), 8ª armata comandata dal Generale Sir Claud Auchenlech. Dopo alcuni giorni di furiosi combattimenti contro la divisione dei Panzer tedeschi, nel tentativo di liberare la guarnigione di Tobruk, la sera del 22 novembre 1941 il suo reggimento viene completamente tagliato fuori dal grosso dell’esercito e successivamente viene circondato e i soldati fatti prigionieri dai tedeschi che li consegnano all’esercito italiano. Il giorno seguente viene condotto lungo la strada costiera occidentale di Tobruk attraverso le città di Derna, Bardia e Mersa Matruh per arrivare, alla fine, a Bengasi in Libia dove viene imbarcato alla volta dell’Italia. La destinazione è Napoli, presso il campo di concentramento di Capua, dove rimane fino a gennaio del 1942, quando George Isitt viene nuovamente trasferito presso il campo di concentramento per prigionieri di guerra n. 59 a Servigliano  In seguito allo sbarco alleato in Italia a luglio del 1943, il comportamento delle guardie del campo si modifica gradualmente, un mutamento sempre più marcato fino alla prima settimana di settembre, quando George, assieme al suo compagno Jimmy, inizia a valutare la possibilità di evadere. L’occasione arriva dopo l’annuncio dell’armistizio e la fuga in massa delle guardie, di cui George e alcuni compagni approfittano per uscire dal campo e avviarsi verso sud, usando il sole come bussola.

Appena prima di notte arrivammo in una piccola fattoria, dove il padrone ci disse che potevamo rimanere per la notte nel fienile. Nel locale vi erano circa una dozzina di altri evasi. All’alba il padrone ci svegliò con pane e surrogato di caffè e ci salutò.

Il giorno seguente George e Jimmy riprendono il cammino in direzione sud-est percorrendo le piccole stradine della campagna marchigiana e attraversando i campi. All’improvviso incontrano una donna molto anziana ed una giovane al lavoro nei campi, le quali, capendo che erano prigionieri, li invitano a casa loro.

Ci diede del vino, del pane e del salame e dicendo che si chiamava Maria ci chiese i nostri nomi. George e Jimmy diventarono Giorgio e Giovanni.

Proseguendo il cammino, George e Jimmy incontrano un giovane uomo di nome Dino Ciccoli il quale, capendo anch’egli che si trattava di prigionieri di guerra, li conduce nella sua abitazione, una grande casa di campagna piena di bambini e bambini.

Ci trovammo ben presto seduti su panche attorno ad una tavola lunga ed ampia, non si sarebbero viste sedie in nessuna casa colonica. Con le poche parole italiane e tedesche riuscimmo a conversare. Capimmo subito che i padroni di casa erano due fratelli, Pietro e Costantino.

I due capofamiglia discutono sulla possibilità di accogliere in casa i due prigionieri, ai quali, nel frattempo, vengono preparati dei letti in cui poter provare nuovamente il gusto confortevole di dormire con le lenzuola dopo tanto tempo. Dopo alcuni giorni presso la famiglia Ciccoli, George, che nel frattempo ha stretto amicizia con un giovane del luogo di nome Giacomo Peretti, si trasferisce presso la sua famiglia in un paesino nelle vicinanze di Mogliano.

Camminammo attraverso i campi per tutto il tragitto da Mogliano fino alla periferia di un altro paese. Non sapevamo che Giacomo aspettasse il crepuscolo prima di entrare in questo paese. A me e a Jimmy sembrò che ci fosse qualcosa di sospetto, così decidemmo che, in caso di tradimento, avremmo ucciso il nostro accompagnatore.  Comunque, al crepuscolo entrammo in paese e Giacomo ci disse di rispondere solo “si” quando lui parlava.

Presso l’appartamento della famiglia Peretti, in via Cavour, a Corridonia, George conosce la moglie di Giacomo, Ornella e sua figlia Maria Grazia con i quali inizia ad apprendere l’italiano ascoltando le loro conversazioni. Verso la fine di settembre Giacomo accompagna George presso un’altra famiglia della zona, i Tabartini, composta da due fratelli capofamiglia, Luciano che è sposato con Teresa, i quali hanno due figli, Bruno e Corrado, e da Oreste spostato con Assunta, i quali hanno un solo figlio.

Ci offrirono una camera da letto e consumammo i pasti con la famiglia. I genitori di Oreste e Luciano erano all’ora vivi ed erano affettuosamente chiamati “nonno” e “nonna”. La casa colonica vicina ospitava la famiglia Lambertucci. Agostino e sua moglie Elena. Il loro primogenito nacque quando noi eravamo presso i Tabartini.

Una mattina di ottobre George esce di casa per una passeggiata ma viene notato da alcuni fascisti locali che, insospettitisi, lo conducono a Fermo per un controllo presso il comando tedesco. Condotto in una stanza al secondo piano che un tempo doveva essere stata usata come deposito di farina, George, cercando di fare il minor rumore possibile, trova un modo per fuggire saltando in strada e correndo velocemente verso la campagna per non essere ricatturato. Nella fuga arriva alle porte del paese di Rapagnano dove viene scorto da un signore di mezza età che si rivolge a lui chiedendogli se fosse un soldato inglese.

Mi invitò ad andare a casa sua: era un appartamento sopra un negozio di sartoria, era sarto. Consumai la cena insieme alla sua famiglia e sebbene scoprimmo molte cose dell’uno e dell’altro, non dissi mai niente su chi mi avesse dato aiuto né che ero stato catturato dai fascisti fuggendo il giorno stesso. Essi mi invitarono a rimanere ma io volevo tornare dai Tabartini.

George torna a casa della famiglia Tabartini dopo tredici ore di cammino e dopo una breve sosta in una fattoria dove gli viene dato del pane ed una mela. Sia lui che Jimmy ricevono molte visite durante la loro permanenza a Corridonia ma ben presto la notorietà dei due ex prigionieri inglesi inizia a preoccupare Giacomo Peretti, il quale, consiglia a Jimmy di fare ritorno presso la famiglia Ciccoli a Mogliano mentre George viene inviato presso la famiglia Taglioni, composta dai coniugi Pietrina e Francesco. Nello stesso periodo, a prendersi cura di George e Jimmy intervengono anche altre famiglie locali, tra cui i Branconi, i Mazzola e gli Storani.

Intanto eravamo arrivati al dicembre 43’e Giacomo Peretti organizzò un piccolo gruppo di noi per andare a Civitanova dove si sperava sarebbe arrivata una piccola imbarcazione che ci avrebbe portato a Bari. Purtroppo, nessuna imbarcazione si fece vedere. Avviliti, alcuni di noi decisero di tornare dai nostri ospiti italiani e preparare altri piani.

A seguito dell’arresto di Giacomo Peretti da parte dei fascisti, George viene accolto in casa dalla famiglia Storani, composta dal capofamiglia Enzo, con la quale resterà fino alla liberazione del territorio da parte degli Alleati, avvenuta nel giugno del 1944.

Il dottor Storani, che aveva saputo degli ultimi avvenimenti, decise che il posto migliore per me era la sua casa in via Vittorio Emanuele III. Così Enzo Storani venne a prendermi ed io fui subito accolto come uno della famiglia. Questa era composta da Giuseppe, Armina, Nando, Enzo, Franco, Mario, Luciano e Bruno. Rimasi con loro sei mesi.

Campi legati a questa storia

Bibliografia/Fonti
  • Archivio della famiglia Tabartini