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Albert Edward Penny

Leading Seaman, JX/125054, Royal Navy, HM Submarine Oswald

Penny Albert Edward è un membro dell’equipaggio del sottomarino Oswald impegnato nelle operazioni militari della marina britannica nel mediterraneo. Nella notte tra il primo e il 2 agosto, il sottomarino viene intercettato dal cacciatorpediniere italiano Ugolini Vivaldi e dopo un breve scontro a fuoco, il sottomarino britannico viene affondato e l’equipaggio è costretto a trascorrere alcune ore in mare prima di essere recuperato dal cacciatorpediniere italiano.
I militari, fra cui Albert Edward, dopo essere stati caricati a bordo e condotti come prigionieri di guerra a Taranto, vengono trattenuti presso il locale ospedale militare per circa due giorni.
Dopo Taranto, Albert viene trasferito a Venezia sull’isola di Poveglia e successivamente tradotto presso i campi per prigionieri alleati di Sulmona e di Vetralla, in provincia di Viterbo, nei quali inizia a maturare l’idea della fuga e la possibilità di recarsi presso la città del Vaticano per richiedere assistenza.

Il giorno della fuga, il cinque ottobre 1942, Albert decide che è arrivato il momento di mettere in pratica il suo piano per evadere dal campo di Vetralla che prevede l’aiuto di un complice italiano conosciuto in località Cura di Vetralla durante i turni di lavoro all’esterno del campo.

Durante tutte queste ricerche ero diventato molto amico di uno degli idraulici che, vedendo che lavoravo sempre in camicia civile, mi suggeriva insistentemente di fuggire. Alla fine decisi che, se fosse stato affidabile, sarebbe stato un alleato molto prezioso, perché aveva una vecchia bicicletta che forse avrei potuto comprare con il mio orologio che lui desiderava molto.

Il piano di fuga di Albert prevede anche che lui si travesta da italiano e che il complice del luogo gli fornisca la sua bicicletta con la quale poter raggiungere lo stato neutrale del Vaticano. Il giorno designato per la fuga, Albert si tinge i capelli con olio e fuliggine per mimetizzarsi meglio tra gli italiani ma ben presto si rende conto che la bicicletta che il complice gli avrebbe dovuto fornire è diversa da quella promessa. Non avendo alternative, Albert prende la bici e si avvia all’uscita del campo travestito da italiano.

Una volta fuori dal campo, dopo aver superato i numerosi posti di blocco posti nella via principale verso l’uscita, Albert prova finalmente una sensazione di sollievo.

Da quando avevo imboccato il viottolo, avevo incrociato numerosi soldati che tornavano all’accampamento; sulla collina, mi accorsi che erano ancora più numerosi, ma raggiunsi la cima senza essere scoperto e montai nuovamente in sella alla mia bicicletta. Una volta ripartito, mi è tornata la fiducia e, non appena ho superato la maggior parte dei soldati, mi sono fermato per accendere una sigaretta italiana. Arrivato a La Cura, mi sono messo a pedalare più veloce che potevo.

Albert si rende conto che ha ancora molta strada davanti prima di raggiungere il Vaticano ed ora che è fuori dal campo, il problema principale è rappresentato dai numerosi posti di blocco che occupano le strade. Il secondo piano messo in pratica da Albert per evitare di imbattersi nelle fermate obbligatorie prevede l’invenzione, ogni volta che si trova in prossimità del posto di blocco, di una scusa o un pretesto sul malfunzionamento della bicicletta, per unirsi ad altri gruppi di ciclisti ed evitare di essere notato.

Dopo aver superato Sutri e aver attraversato un piccolo villaggio, salendo su una collina ripida, ho sentito l’esultanza dei bambini del villaggio e il rumore di un potente motore in funzione. Ho pensato che l’allegria dei bambini fosse per i soldati che mi stavano inseguendo. Da lì a Campagnano la strada si snodava in discesa, a zig zag, e prima che potessi individuare il posto di blocco, in realtà ci ero già finito in mezzo.

Al posto di blocco per entrare a Roma Albert non viene notato e quindi può proseguire senza problemi in direzione del Ponte Milvio, poi verso il Ponte Duca D’Aosta che lo conduce al foro di Mussolini. Anche a Roma, per evitare di essere notato, si unisce ad un gruppo di ciclisti ma si rende conto di aver superato il Vaticano quando scorge la cupola di San Pietro da cui si sta allontanando. Albert decide allora di cambiare strada, attraversare l’altra sponda del Tevere e proseguire sulla via Borgo Santo Spirito.

Sono arrivato al cancello di Santa Marta, ma ho scoperto che la maggior parte degli operai stava lasciando il Vaticano e così ho deciso che non era il momento di entrare come operaio, soprattutto perché quello che doveva sicuramente essere un poliziotto in borghese mi stava guardando con sospetto. Decisi che era meglio continuare a muovermi.

Albert rimane ad osservare la situazione sul lato opposto della strada per circa venti minuti cercando di capire e studiare i movimenti delle persone, e in particolar modo di coloro che viaggiano in bicicletta, che entrano in Vaticano. A questo punto, notando che i ciclisti che entrano non sono sottoposti a controlli scrupolosi, Albert decide di tentare la sorte dirigendosi a velocità elevata verso la porta di ingresso, passando a fianco delle guardie e dei carabinieri che, ritenendolo un passante abituale, non lo fermano.

Questo mi ha portato al garage, dove ho nascosto la mia bicicletta nel caso in cui ne avessi avuto bisogno di nuovo, mi sono tolto i fermagli di sicurezza, ho camminato con un piccolo taccuino in mano e, scrivendoci sopra, ho superato le sentinelle. Mi hanno assolutamente ignorato.

Dopo circa mezz’ora Albert può finalmente fare il suo ingresso nello stato neutrale e mettersi alla ricerca di un ufficio che possa metterlo in contatto con l’ambasciata britannica presente nello stato del Vaticano. Non sapendo dove recarsi e a chi rivolgersi per ottenere informazioni, Albert si finge sordomuto e scrive la sua richiesta su un bigliettino che mostra ad uno degli operai del posto.

Fingendomi sordomuto, mi avvicinai all’operaio italiano dall’aspetto più pallido che stava lavorando da solo e scrissi sul mio taccuino ”Dov’è Delegazione Inglese?”. Mi ha indicato la delegazione, presso la quale mi sono consegnato al gendarme di guardia che era impossibile da superare. Ha telefonato al capo del suo dipartimento (il commendatore Belardo) che gli ha dato istruzioni sulla mia consegna al ministro britannico in attesa di accertamenti.

La posizione di Albert nello stato Vaticano è caratterizzata a livello iniziale da un profondo stato di incertezza, dal momento che egli stesso dubita sul potere decisionale del Vaticano in ottica di dialogo con lo stato italiano. Al fine di migliorare la propria condizione di forza, l’ambasciatore britannico suggerisce di effettuare uno scambio per agevolare i negoziati. In aggiunta, Albert scrive una lettera al pontefice nel tentativo di accelerare le trattative.

La proposta viene accettata e Albert, il quale inizialmente si trovava in condizioni simili a quelli di un prigioniero all’interno della delegazione britannica, può essere rilasciato.

Ho avuto un’udienza privata con Sua Santità Papa Pio XII lunedì 28 dicembre. L’ho atteso nella Sala Tronetto dove mi ha impartito la benedizione. Conversando in inglese, cosa che gli riusciva abbastanza bene, mi ha detto che era molto contento di potermi incontrare e di darmi la sua benedizione. Mi ha anche regalato un rosario. Mi ha fatto alcune domande su mia moglie e sulla mia famiglia e poi è tornato personalmente a portare un altro rosario per mia moglie. Due giorni dopo ho ricevuto una sua fotografia autografata.

Albert, dopo l’incontro privato con il pontefice Pio XII, può lasciare Roma il 3 gennaio 1943 e dopo una pausa a Palma de Mallorca, il suo aereo si dirige a Lisbona dove può finalmente imbarcarsi ed essere rimpatriato nel Regno Unito il 22 gennaio 1943.

Campi legati a questa storia

Bibliografia/Fonti

TNA, WO 208 3312/1038