Gli aiuti
Michele Del Greco
Michele, pastore di Anversa degli Abruzzi, ha 47 anni e una famiglia numerosa. Fin dai giorni successivi all’armistizio si dedica con impegno all’aiuto dei prigionieri nascosti tra le montagne circostanti, portando loro cibo e abiti, ospitandone alcuni in casa o presso gli ovili che è solito utilizzare per mettere al riparo le sue pecore. Si adopera anche come guida nell’attraversamento delle linee alleate, arrivando a soccorrere oltre un centinaio di fuggitivi.
Tutta la famiglia partecipa alle attività di soccorso. Una delle figlie, Antonietta, porta al padre ogni giorno grandi quantità di pane e formaggio: «chiedevo cosa ne facesse con così tanto cibo, ma non mi rispondeva mai».
Il 22 novembre 1943, nei pressi di contrada Bocca Mezzana, mentre sta raggiungendo alcuni prigionieri indiani di cui si prende cura, è avvicinato da tre uomini vestiti in abiti civili, dall’aspetto dimesso e trasandato, che si presentano come militari inglesi. Michele si offre subito di aiutarli. Si tratta, in realtà, di tre tedeschi che gli puntano ben presto una pistola alla testa, rivelando la propria identità. Tra questi, il pastore riconosce anche uno dei “prigionieri” a cui ha già offerto assistenza. Proprio quest’ultimo gli intima di consegnare il taccuino su cui era solito appuntare il nome dei fuggiaschi che aveva scortato oltre le linee alleate. Nel consegnare il quaderno il pastore tenta di strapparne le pagine, per poi gettare l’intero blocco di carta nel fuoco. Quando i tedeschi lo recuperano è parzialmente distrutto e solo cinquantasei degli oltre cento nominativi presenti sono leggibili.
Michele è arrestato e detenuto per un mese presso il carcere di Sulmona. Il 22 novembre è condannato a morte. Il comando militare tedesco di zona si affretta a rendere nota la pena, affiggendo dei manifesti che possano fungere da monito.
La sentenza è eseguita il 22 dicembre 1943. Michele viene fucilato. Nel frattempo i tedeschi hanno portato via dalla sua casa dieci pecore, una mucca, biancheria e coperte. Prima di morire scrive alla famiglia:
Carminucia (Carminuccia) aveva (avevamo) una bella famiglia di portarla (da portare avanti) col nome di Dio/ il mio distino (destino) sono stato contannato (condannato) a morte / io vi benedico e mi dovete perdonare per qualche ribrovere (rimprovero). […] Io moro (muoio) perché o (ho) commesso (avuto la colpa) per aiuta (di aver aiutato) la povera gente.
Nell’immediato dopo-guerra, la vedova di Michele si rivolge alla Commissione Alleate per chiedere un aiuto per la famiglia rimasta senza sostentamento.
Mio marito era il principale sostegno della famiglia e quindi ora vi prego di aiutarmi a far sì che i miei due figli possano frequentare la scuola; vi chiedo poi di poter raccomandare mio genero al Direttore della “Centrale Elettrica di Anversa” presso cui ha già fatto domanda per un posto di lavoro che potrà essergli assegnato solo se avrà il via libera degli Alleati.
Dati
Gruppo famigliare: famiglia Del Greco
