Gli aiuti
Giacomo Peretti
Giacomo vive a Corridonia con la moglie Ornella e le due figlie. Gestisce una ditta che si occupa di edilizia e verniciatura. Inizia a occuparsi dei prigionieri alleati presenti in zona subito dopo l’armistizio e fino alla liberazione dell’area: «fornendo un servizio inestimabile alla causa alleata». Jimmy Martin e George Isitt (per coloro che se ne presero cura “Giorgio e Giovanni”) furono tra i primi a beneficiare dell’ospitalità della famiglia Peretti, rimanendo nascosti nella loro casa per oltre quindici giorni:
Fummo tratti nel modo migliore, finché la situazione non diventò troppo pericolosa per rimanere. [Giacomo] ci aiutò ad allontanarci dalla città, a raggiungere alcuni suoi amici poco distanti. Da quel momento in poi, il suo unico interesse fu quello di contattare ex prigionieri di guerra, aiutandoli a sfuggire alla cattura e a raggiungere le linee alleate, finché non fu fatto prigioniero dai tedeschi, picchiato e recluso.
Giacomo è, infatti, arrestato alla fine di settembre ‘43, ma le accuse a suo carico sono deboli e viene rilasciato dopo un paio di giorni. Riprende così la sua attività in favore dei prigionieri evasi. Per non mettere a rischio la famiglia lascia la sua casa.
Nel dicembre ’43 accompagna a Civitanova Marche un gruppo di soldati che tenta di raggiungere gli alleati a Bari, via mare: la barca che avrebbe dovuto trasportarli, tuttavia, non arriva. In quell’occasione, però, l’uomo entra in contatto con alcuni ufficiali dell’A-Force che gli propongono di collaborare alle loro attività: con grande impegno assiste oltre duecento militari messi in salvo via mare.
Nel gennaio 1944 un importante lancio di rifornimenti per i prigionieri è paracadutato nella zona attorno a Fermo, ma viene intercettato da una milizia fascista e nascosto in una baracca presso Montegranaro. Al fine di recuperare il prezioso bottino, Peretti raduna un gruppo di diciannove ex prigionieri armati, che guida, con successo, all’assalto della baracca.
Nel mese di maggio, Giacomo è catturato dai fascisti, portato nel carcere di Macerata, torturato e condannato a morte. Nel giugno ’44 – dopo che la condanna a morte è stata commutata in detenzione – riesce a evadere e a rimanere nascosto in zona fino all’arrivo degli alleati.
Quest’uomo ha dimostrato un coraggio, una lealtà e una forza d’animo straordinari in condizioni difficilissime. È indubbiamente grazie ai suoi sforzi che molti fuggitivi hanno potuto riconquistare la libertà.