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Philip John Duppa (“John”) Langrishe

7th Medium Regiment, Royal Artillery

Philip John Duppa Langrishe, (1917-2010), prende parte alla seconda guerra mondiale in qualità di luogotenente del 7th Medium Artillery Regiment. Le prime azioni di guerra in cui è coinvolto si svolgono a Creta, in Grecia, e successivamente nel teatro del Nordafrica, dove viene catturato dai tedeschi il 1° giugno 1942. Langrishe viene consegnato agli italiani e tradotto nel PG 41 di Montalbo, nel comune di Ziano Piacentino. Nel 1943, Langrishe è trasferito nel PG 49 di Fontanellato dove, durante l’estate, riceve la notizia della caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 e, poi, l’annuncio dell’armistizio. Dopo alcuni giorni di incertezza sul da farsi, i militari presenti nel campo, avuta conferma dalle guardie italiane di un possibile arrivo dei tedeschi, si riversano in massa all’esterno della struttura e si dileguano nei campi circostanti.

Era una bella giornata di sole, all’inizio dell’autunno, quando la colonna voltò le spalle al campo e si diresse attraverso le stoppie e la strada che costeggiava il villaggio. Non passò molto tempo prima che la gente del posto si accorgesse di ciò che stava accadendo e uscisse dalle case per guardare, salutare e augurarci buona fortuna.

Langrishe e gli altri prigionieri iniziano una lunga marcia con lo scopo di allontanarsi dal campo, attraversando i campi e i villaggi circostanti e facendo affidamento sulle provviste dei pacchi della Croce Rossa Internazionale che avevano portato con loro. Con il passare dei giorni e l’arrivo del freddo, per Langrishe e gli altri prigionieri evasi diventa fondamentale trovare un riparo. Il gruppo sceglie di dirigersi a sud, seguendo la via Emilia, ma durante il percorso Langrishe, insieme a due compagni,Mac e Jerry, decide che è arrivato il momento di separarsi dal gruppo e proseguire da soli.

Arrivati in prossimità di una fattoria, i tre uomini tentano di stabilire un primo contatto con gli abitanti della casa senza successo, ma nel pomeriggio un contadino si fa avanti e li indirizza verso un’altra abitazione, dove, con ogni probabilità, avrebbero ricevuto un’accoglienza migliore. 

Ci accorgemmo di essere in un vigneto e potemmo così rifocillarci con i frutti quasi maturi. Mentre il sole sorgeva in un altro cielo senza nuvole, ci sdraiammo nel luogo in cui stavamo là a discutere sul da farsi. Nel primo pomeriggio, un contadino passò davanti al nostro nascondiglio e noi trovammo il coraggio necessario e l’italiano per chiedergli aiuto. Lui disse che avrebbe chiesto al contadino la cui casa si trovava in cima al campo e, passando dalle parole ai fatti, si avviò in quella direzione. In pochi minuti lo vedemmo tornare; eravamo fortunati o avremmo dovuto riprovare? La risposta fu che dovevamo recarci alla fattoria dopo il tramonto e che ci avrebbero dato vitto e alloggio per il momento […] Il contadino e sua moglie, una coppia di coniugi segnati dal tempo, sulla sessantina, ci diedero il benvenuto alla loro maniera e presto ci sedemmo davanti a un magnifico piatto di brodo fumante.

Langrishe e i suoi compagni rimangono presso l’abitazione per una settimana, ricevendo pasti caldi e un alloggio confortevole. Durante questo periodo Langrishe si rende conto che la zona è popolata da numerosi prigionieri evasi con i quali, per motivi di sicurezza, si ricongiunge durante le ore serali. Anche in casa Langrishe ha modo di approfondire la conoscenza della famiglia che lo sta ospitando e, come spesso accade, dopo aver terminato la cena, la famiglia si riunisce con gli ospiti per conversare e apprendere da loro notizie sulla loro vita e sul loro passato.

Non appena faceva buio, tornavamo al nostro pasto caldo e quando conoscemmo meglio i nostri padroni di casa, ci chiacchieravamo nel nostro italiano stentato ma in costante miglioramento. Erano ansiosi di conoscere il modo di vivere degli inglesi, le nostre storie e quello che pensavamo sarebbe stato l’esito della guerra.

Con il passare del tempo inizia a circolare la voce, sempre più insistente, della presenza di truppe tedesche alla ricerca di prigionieri alleati. La famiglia presso la quale Langrishe si nasconde confida i propri timori ai tre uomini, invitandoli ad andarsene il prima possibile per evitare problemi. In questi frangenti, Langrishe, la cui padronanza dell’italiano è molto migliorata, comprende l’urgenza di trovare nuovi abiti civili in modo da non essere riconosciuto dai nazifascisti. 

Chiedemmo al nostro ospite se poteva sistemarci i vestiti, ma poiché eravamo tutti più grandi della normale popolazione italiana, non fu in grado di farlo. Inoltre c’era una grande richiesta di abiti di questo tipo da parte di tutti gli altri fuggiaschi della zona e si vedevano in giro molti abiti stravaganti. Suggerirono comunque che, se fosse stato d’aiuto, avrebbero potuto tingere le nostre camicie e i nostri pantaloni di blu o marrone, e la gentile offerta fu accettata. Il giorno dopo ci prestarono alcuni indumenti della taglia sbagliata, mentre le nostre camicie furono tinte di marrone e i pantaloni di blu.

Il 13 ottobre, e non 18 settembre come invece riportato nel suo diario, Langrishe apprende dalla radio della dichiarazione di guerra da parte di Badoglio ai tedeschi. Questa situazione rende ancora più complicato il rapporto con le famiglie italiane, ulteriormente intimorite dalla minaccia tedesca.  A Langrishe e ai suoi compagni viene suggerito di trasferirsi in un’altra località. I tre uomini decidono di separarsi e proseguire in direzioni diverse.

Jerry e Mac convennero che, date le circostanze, sarebbe stato meglio separarsi e, il 20, con le mie poche cose sulle spalle, mi recai alla fattoria di un certo Maestri nel villaggio di Toccalmatto, a circa un chilometro e mezzo da Fontanellato. Era una fattoria molto più grande e moderna, ma c’era, come al solito, qualcosa che non andava […] Maestri e la sua famiglia mi accolsero. Mi diedero il lusso di una camera da letto privata, una svolta rispetto alla soffitta piena di spifferi in cui avevamo dormito in precedenza, e in cambio del mio mantenimento dissi che sarei stato felice di aiutare nella fattoria. Sono stato preso in parola e ho fatto una nuova esperienza nella mia vita.

Langrishe si trova presto a suo agio in questa nuova situazione, trovando impiego nel lavoro nei campi. Il contatto con la famiglia e gli abitanti del luogo diventa occasione per instaurare delle relazioni e degli scambi molto profondi a livello umano. Langrishe si cimenta nella spremitura dell’uva, i cui acini vengono raccolti meticolosamente in tanti catini che poi vengono svuotati e il contenuto adagiato in grandi tinozze per la spremitura manuale.

La mia giornata era ben organizzata: al mattino aiutavo nella fattoria, raccogliendo barbabietole da zucchero (un lavoro che spaccava la schiena) o spargendo il letame, un’attività altrettanto faticosa. Poi, dopo un abbondante pranzo a base di pasta e vino rosso grezzo, mi recavo nei campi dove un piccolo gruppo di amici si riuniva per passare il pomeriggio a ragionare dell’andamento degli eventi futuri e a fare piani per tornare alle nostre case […] Poi il tempo si guastò e per diversi giorni fu impossibile lavorare nei campi, così, dato che l’uva era stata vendemmiata, tutte le braccia della fattoria si dedicarono alla produzione del vino. Un cesto dopo l’altro di pregiata uva nera veniva svuotato nel grande abbeveratoio per la pigiatura; fui pregato di fare il mio turno, senza stivali, nell’abbeveratoio, ma dissi che non ero esperto e che avrei preferito sollevare le vasche di succo d’uva dall’abbeveratoio ai tini. Si rivelò un lavoro molto più faticoso di quanto avessi previsto.

In alcuni casi Langrishe si intrattiene a conversare con la figlia del fattore, madre di nove figli, i quali mostrano una spiccata curiosità per le Isole Britanniche e i libri che Langrishe aveva portato con sé dalla prigionia.

Spiegai che le Isole britanniche si trovavano a nord della loro terra soleggiata, che c’erano più pioggia e nebbia e che faceva molto più freddo. Parlai loro del Galles, dell’Irlanda e della Scozia, della quale mi dissero era un’isola abitata da barbari che non avevano nemmeno le finestre nelle loro case. I miei sforzi per correggerli furono accolti con dubbio; questa grottesca distorsione dei fatti poteva essere opera dell’insegnamento fascista?

La mattina del 30 settembre, Langrishe, in compagnia di altri tre ex prigionieri, decide che è arrivato il momento di riprendere il cammino e si dirige alla volta di Fidenza con lo scopo di seguire gli Appennini in direzione sud. In questa fase Langrishe e i suoi compagni devono fare i conti con gli innumerevoli infortuni fisici che li affliggono, specialmente per quanto riguarda la spossatezza e le vesciche ai piedi.

Alla fine ci siamo trascinati per un altro paio di chilometri lungo la mulattiera che stavamo seguendo e siamo entrati nel villaggio di Vigoleno, incastonato tra le colline.  Abbiamo chiesto riparo alla prima casa che abbiamo trovato entrando nel villaggio. La fortuna ci ha assistito: siamo stati accolti e invitati dal contadino, un uomo benestante e con una casa dall’aspetto prospero. In breve tempo, eravamo seduti a una tavola imbandita per una magnifica cena, accompagnata dalla scelta tra un vino rosso e uno bianco frizzante più che appetibile.

La permanenza presso la famiglia di Vigoleno si protrae per alcuni giorni in cui Langrishe riscontra un’accoglienza straordinaria da parte degli abitanti, ricevendo pasti caldi e un alloggio molto confortevole. Ben presto, però, prevale la necessità di rimettersi in cammino e pertanto Langrishe prosegue lungo la strada che ha scelto e che lo porta ad attraversare numerosi paesini, in ognuno dei quali sia lui sia i suoi compagni vengono accolti con grande benevolenza. 

Trovammo un uomo che lavorava nei campi e gli chiedemmo se conosceva una casa dove potessimo fermarci per la notte. Ci ha detto che ci avrebbe condotto al villaggio e trovato un posto per noi, compito che ha svolto con grande impegno. Siamo stati accolti da una famiglia come figli perduti da tempo.

Il viaggio di Langrishe prosegue attraverso i paesi di Trinità, Villora e Pieve di Bardi nell’entroterra emiliano. L’ex prigioniero ha modo di rendersi conto della totale estraneità al fascismo da parte degli abitanti di questi piccoli paesi, alcuni dei quali avevano avuto dei trascorsi nel Regno Unito 

Gli abitanti del villaggio erano contadini robusti, non corrotti dal fascismo e desideravano solo poter vivere come i loro antenati avevano fatto per centinaia di anni. La guerra era arrivata a malapena nel loro villaggio, se non per portarsi via alcuni giovani; uno di questi, Aldo Ferrari, era stato arruolato nell’aviazione, ma alla resa dell’Italia era ripartito verso casa e stava cercando di prendere le armi contro gli odiati tedeschi. Ci fu subito offerta una sigaretta e poi un buon pasto, dopo il quale ci sedemmo a chiacchierare con Agostino dei bei tempi passati a Londra.

Con l’arrivo della stagione fredda, le condizioni meteorologiche peggiorano e dunque Langrishe comprende la necessità di percorrere in tempi rapidi la strada che con ogni probabilità gli avrebbe permesso di ricongiungersi con le truppe alleate in avanzata da sud. Il viaggio di Langrishe, dopo una lunga permanenza in Emilia Romagna, lo porta ad attraversare la Toscana, l’Umbria, il Lazio e infine l’Abruzzo, dove si unisce a un gruppo di venti ex prigionieri con i quali, grazie alle guide locali, riesce ad attraversare alcune località come Monte Greco, Alfedena e Castel di Sangro ancora assiduamente presidiate dai tedeschi. Langrishe riesce a ricongiungersi con le truppe alleate lungo il fiume Sangro, in Abruzzo, il 18 novembre 1943. Il suo rimpatrio avviene il 23 dicembre 1943 dopo un percorso di oltre 530 miglia durato 34 giorni. 

Campi legati a questa storia

Bibliografia/Fonti

https://archives.msmtrust.org.uk/pow-index/langrishe-phillip-john-duppa/ Monte San Martino Trust Archive