John Desmond Peck
John Desmond Peck (1922-2002) nasce in Australia, a Woollahra, nel Nuovo Galles del Sud. La sua esperienza nella seconda guerra mondiale inizia prestissimo, quando, nel 1939, si arruola nell’Australian Imperial Force e, essendo troppo giovane, modifica i propri dati anagrafici, “invecchiandosi” di quattro anni per poter combattere in Europa. A bordo dell’Empress of Japan, John raggiunge la Palestina e l’Egitto, dove riceve l’addestramento militare. Successivamente viene inviato in Grecia, a Creta, dove viene catturato dai tedeschi nella zona di Sfakion il 1° giugno 1941. Tre giorni dopo, tuttavia, riesce a liberarsi e a fuggire dall’altra parte dell’isola, vivendo nascosto tra le montagne e inaugurando la serie di catture e fughe rocambolesche che caratterizzerà tutta la sua esperienza bellica e di partigiano, prima in Grecia e successivamente in Italia.
Nella primavera del 1942, sempre a Creta, Peck si unisce a Claude Dunn, anche egli australiano, e al partigiano Pandivakis in un nuovo viaggio verso la costa orientale dell’isola, alla ricerca di soccorso da parte degli Alleati. Nella regione di Lasithi , i tre vengono catturati da un gruppo di militari italiani che li conducono alla sede centrale del comando a Neapolis e successivamente li trasferiscono sull’isola di Rodi per il processo al quale devono essere sottoposti. Sono infatti accusati di essere delle spie arrivate dall’Egitto.
Il 1° giugno 1942, Peck viene condotto da Rodi a Bari, dove ha inizio la sua trafila nei campi italiani per prigionieri di guerra alleati. Il primo campo nel quale viene detenuto è il PG 75 di Torre Tresca. Successivamente, è trasferito al PG 65 Altamura-Gravina, e poi al PG 57 di Grupignano (Udine). Nell’aprile del 1943 Peck è assegnato al PG 106 di Vercelli dal quale tenta la fuga insieme ad altri tre detenuti il 13 giugno 1943. Il tentativo va a buon fine solo per due dei quattro evasi: Peck riesce a raggiungere il confine svizzero, ma là viene catturato dalle sentinelle italiane.
Nuovamente imprigionato, è confinato in cella di isolamento ed è là che ancora si trova quando apprende dell’armistizio dell’8 settembre 1943.
Ero in isolamento quando fu firmato l’armistizio e alcuni miei amici sfondarono la porta della mia cella e ci dirigemmo tutti verso il paese. Mi sono fermato e mi sono nascosto in una casa di un amico italiano a Vercelli insieme a Claude Webb, un altro australiano
L’impossibilità di uscire allo scoperto ed essere riconosciuti, unitamente alla volontà di favorire la fuga di coloro che condividevano la sua sorte, induce John Peck ad elaborare un piano per procedere al salvataggio di altri prigionieri di guerra e ad indossare abiti civili.
Dopo una decina di giorni cambiai la mia uniforme con abiti civili e iniziai a contattare le persone del paese che erano disposte ad aiutare, nutrire e vestire i prigionieri di guerra in fuga che si nascondevano nel paese. Ce n’erano parecchi disposti ad aiutare, così scelsi i più influenti e formai il primo comitato di liberazione e di resistenza della provincia.
Peck diventa il cardine di una rete di comitati di fuga per prigionieri alleati operanti in diverse regioni dell’Italia settentrionale. È lui stesso a fungere da collegamento, spostandosi in tremo. Ben presto, le ristrettezze economiche e la fatica fisica lo spingono a rivolgersi ai comitati di liberazione nazionale di Torino e Milano:
Ormai ero a corto di denaro, così verso la fine di ottobre mi misi in contatto con il Comitato di Liberazione di Torino, che si offrì di aiutarmi con denaro, vestiti e uomini […] il lavoro si espandeva di giorno in giorno e le nostre risorse erano quasi esaurite, così chiesi aiuto al Comitato Centrale di Liberazione di Milano.
Nell’inverno tra il 1943 e il 1944 Peck riesce a mettere in piedi un Central Escape Committee che opera in tutte le principali città dell’Italia settentrionale, spingendosi fino Fiume e a Roma consentendo un costante afflusso di ex prigionieri verso la Svizzera.
immagini tratte dall’Archivio fotografico Luciano Giachetti-Fotocronisti Baita, per gentile concessione di Istorbive
Nel febbraio del 1944 iniziano a susseguirsi una serie di pesanti attacchi nazifascisti nelle sedi dei Comitati. Proprio il 12 febbraio 1944 Peck viene catturato, con indosso una divisa tedesca, nella casa di un suo collaboratore, Oreste Ferrari:
Provai a farmi strada senza riuscirci e una volta preso, sono stato messo contro il muro della casa per l’esecuzione. Durante la perquisizione della casa, le SS trovarono alcuni documenti che volevano che spiegassi prima di essere fucilato, ma io rifiutai. Mi strapparono l’uniforme tedesca dal corpo e mi fustigarono con i pugni, gli stivali e i fucili, ma dopo un’ora di tutto questo e senza che io parlassi, si arresero e mi portarono al quartier generale tedesco di Luino.
La decisione di non parlare rende particolarmente atroci le torture e i soprusi ai quali Peck è sottoposto. Il 16 febbraio 1944 viene celebrato un processo farsa, mentre l’ex prigioniero è rinchiuso nella cella di isolamento numero 48 del carcere di San Vittore a Milano. Peck è condannato a morte, con sentenza da eseguire alla fine di settantacinque giorni di prigione.
Il giorno prima dell’esecuzione della sentenza di morte, tuttavia, riesce a evadere dal carcere sfruttando la confusione provocata da un’incursione aerea alleata, che semina il panico. L’australiano riesce a tornare in Piemonte, a Vercelli, per riorganizzare il lavoro del comitato di fuga.
Nell’estate 1944, nonostante abbia raggiunto la Svizzera, Peck decide di tornare in Italia, dove viene ufficialmente arruolato nella Resistenza, e gli viene assegnato un nome di battaglia.
I miei ordini erano di andare avanti come prima, cioè sabotaggio, spionaggio, organizzazione e combattimento. Poiché il mio nome era noto ai tedeschi e ai fascisti che lo hanno pubblicato con la mia fotografia mi è stato assegnato il nome di capitano Fishlock e un libretto con il quale poter fare ritorno […]
Le operazioni in Italia si rivelano proficue, ma non senza perdite. Date le divergenze organizzative con il comandante partigiano Cino Moscatelli, Peck valuta l’ipotesi di abbandonare la lotta:.
Quando Omegna cadde, ero lì a seppellire uno dei nostri ragazzi inglesi che era stato ucciso nella battaglia di Gravellona. Ero così arrabbiato per il fatto che i nostri ragazzi disposti a combattere venissero buttati via così per niente, che ho preso tutti i nostri ragazzi inglesi e li ho mandati a casa in Inghilterra.
Durante l’autunno del 1944 Peck è scelto come comandante delle brigate partigiane Lombardia e Matteotti in Val d’Ossola (46.2829°N, 8.3530°E), con le quali riesce a respingere una lunga serie di attacchi dei nazifascisti, per poi passare finalmente la frontiera svizzera e mettersi in salvo, seppur non senza qualche rimpianto:
All’alba del 23 ottobre tutti i nostri uomini avevano attraversato la frontiera e, sebbene odiassi farlo, io e i miei quattro ufficiali rimasti li seguimmo. Fummo gli ultimi a partire.
Dopo aver attraversato la frontiera svizzera, nell’ottobre 1944, Peck si dirige nel Regno Unito, dove rimane fino a gennaio 1945 per poi fare ritorno in Australia dove rimane per tutto il resto dell’anno. Torna nel Regno Unito nel 1946 per prendere parte alla Victory March a Londra l’8 giugno 1946. Trascorrerà il resto della sua vita a Stafford, nello Staffordshire, in Inghilterra, lavorando con la English Electric Company.
Campi legati a questa storia
Bibliografia/Fonti
- John Desmond Peck https://vwma.org.au/explore/people/797577
- Australian War Memorial https://www.awm.gov.au/collection/P11053680
- R. Absalom, A strange alliance, Olschki, Firenze, pp. 22,45,49,50,51,52,53,54,55,56,58,62,66,70,71,77,97,263
- Resistenza italiana nell’isola di Creta, S. Ten. Siro Riccioni https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0068570_1951_10-15_30.pdf