Gli aiuti

Paolino Lazzari

Nel dicembre ‘43, Paolino, che vive con la sua famiglia subito al di fuori delle mure vaticane, riceve la visita di Mons. Mariano De Carolis, del Capitolo Vaticano, per organizzare la messa in salvo di un elevato numero di prigionieri americani e inglesi nascosti nelle campagne e nelle grotte attorno al Monte Soratte, assistiti in quei giorni da coadiuvanti della zona.

L’alto prelato chiede a Paolino di ospitare, seppur per poche ore, il Capitano Humphrey dello Stato Maggiore Americano: «Avrei dovuto accompagnare detto Ufficiale la sera, alle 18.30, presso il portone del Palazzo del Santo Uffizio, dove avrebbe trovato Mons. O’Flaherty».[1]

Dopo la buona riuscita dell’operazione, Paolino è ricontattato dallo stesso O’Flaherty, che gli propone di nascondere in casa nuovi prigionieri giunti a Roma da varie zone del Lazio, poi distribuiti presso altre famiglie della città:

Incoraggiato dall’esito favorevole del primo esperimento, accettai con entusiasmo, sia per rendermi utile a questi poveri giovani nascosti nelle grotte giorno e notte, e feriti, e poi per spirito di carità cristiana. Infatti, da allora fino al 9 aprile, giorno del mio arresto, fu un succedersi quasi continuo di ospiti, da superare il centinaio; essi erano ufficiali, sottufficiali e soldati anglo-americani, sudafricani, algerini, polacchi, canadesi, francesi, tunisini.

All’alba del 9 aprile ’44, dopo che altri membri del gruppo sono stati già arrestati e che uno di loro ha fatto il suo nome, anche Paolino viene prelevato dalla sua abitazione. In quel momento, presso la casa dell’uomo, ci sono quattro soldati polacchi e tre anglo-americani, più tre ragazzi renitenti alla leva, questi ultimi vengono portati via assieme a lui. I prigionieri alleati, che invece dormono nel rifugio antiaereo ubicato nello scantinato del palazzo, sono fatti allontanare in tempo dal figlio, Giancarlo, che ha appena dodici anni:

In questa circostanza mi fu di valido aiuto il coraggio e la presenza di spirito di mio figlio Giancarlo, di anni 12, che, nonostante avesse un piede fratturato, con la scusa di andare al gabinetto, aprì il rifugio, svegliò i prigionieri e li condusse tutti in un ricovero sicuro. […] Prima di portarmi via mi permisero di abbracciare mia moglie ed i miei figli: fu il momento più doloroso, Mentre abbracciavo mia moglie e mi attardavo a baciare la mia piccola di diciotto mesi, sussurrai a mia moglie di avvertire tutti gli interessati del mio arresto e di nascondersi.

Paolino è condotto presso la sede della banda Koch[2], dove è interrogato e brutalmente torturato, ammette di conoscere O’Flaherty, ma non rivela altri particolari dell’organizzazione.

Koch si accorse che non potevo più stare in piedi e diede ordine di cessare; due degli aguzzini, reggendomi per le braccia, mi tennero fermo in piedi, davanti al tavolo del Koch. Allora costui mi disse: «Giacché non vuoi parlare, non parlerai più per sempre», e, prendendo una pinza per graffette da cucire sui fogli, diede ordine ad uno dei suoi sgherri di cucirmi la lingua. Questi mi disse di tirarla fuori e, con la pinza, diede un punto, mentre le graffette entravano nella lingua.

É poi richiuso in una cella con altri membri dell’organizzazione, già interrogati e torturati. Gli uomini vengono in seguito trasferiti presso il carcere di Regina Coeli, dove finalmente riceve le prime cure mediche.

Ê rilasciato il 2 giugno 1944, poco prima della liberazione alleata della città.

La Commissione Alleata scrive a proposito di Paolino: «Questo uomo coraggioso ha dimostrato straordinario coraggio, iniziativa e forza d’animo nelle condizioni più difficili; ha reso un prezioso servizio alla causa degli Alleati».


Note:

[1] O’Flaherty, sacerdote cattolico, fu artefice della salvezza di oltre seimila, tra civili, militari e perseguitati ebrei, che fece rifugiare presso le residenze extraterritoriali vaticane e gli istituti religiosi durante l’occupazione nazi-fascista di Roma. Per tale attività, si meritò l’appellativo di «Primula Rossa del Vaticano».

[2] La “banda Koch”, Squadra della polizia fascista denominata “Reparto Speciale di Polizia Repubblicana”, fu attiva fra il dicembre 1943 e il giugno del 1944 a Roma, poi a Milano. Nota per la violenza e la crudeltà durante gli interrogatori, prende il nome dal caposquadra Pietro Koch (1918-1945).

 

Dati

Gruppo famigliare: famiglia Lazzari

Luogo:
Roma
Provincia:
Roma
Regione:
Lazio
Assistenza prestata:
Ospitalità, tiene contatti con l'Organizzazione Vaticana
Prigionieri aiutati:
Pt. Benjamin K. Humphreys-US Army, oltre un centinaio di prigionieri di diversa nazionalità.
Data inizio:
15 dicembre 1943
Data fine:
9 aprile 1944 (arresto)
Altri aiutanti coinvolti:
Anna Pastega Marzotto, Virginio Badiali (già sottotenente dell’aeronautica), Luigi Badiali - Emanuele Di Vittorio, Rag. Franco DI Vittorio - Rag. Aldo Luchetti, Vincenzo Ferrero, Adolfo Agostinelli, Maestro Antonio Giustini - Giancarlo Lazzari (figlio di Paolino) - Don Mariano De Carolis.
Bibliografia:
B. G.Lett, Italy’s Outstanding courage. The Story of a Secret Civilian Army in World War Two, Independently published , 2020
Fonti archivistiche:
NARA, Records of Allied Operational and Occupation Headquarters, World War II Claim, Series (RG. 331): Index to Helper Claims, Claim n° 3.

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